GLI EDITORIALI DELLE VARIE RIVISTE D'ARTE

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Re: GLI EDITORIALI DELLE VARIE RIVISTE D'ARTE

Messaggio Da Notaio il Mar 14 Giu 2016, 00:28

Un bell'articolo quello che vi pubblico della brava Lorella, che condivido al 100%.

Lorella Pagnucco Salvemini, Arte In, giugno-luglio 2016.

Gli abbagli del marketing globale.
NEW YORK: IL PUPAZZETTO DEL FÜHRER FIRMATO CATTELAN PAGATO 17,2 MILIONI DI DOLLARI

C’erano una volta i collezionisti: regnanti, principi della chiesa, nobili di illustri casati, spesso in guerra fra loro, a contendersi non solo terre e potere, ma anche i più geniali artisti del loro tempo. Michelangelo, Raffaello, Tiziano, Caravaggio, Tiepolo non sarebbero passati alla storia senza la loro illuminata munificenza. Poi, fu la volta della committenza borghese, quella delle grandi famiglie di mercanti fiamminghi, olandesi. Volevano una pittura che li rappresentasse così come erano, operosi e floridi, ricchi in virtù delle proprie fatiche e grazie alla benevolenza divina. Anche loro ci hanno consegnato capolavori, secondo una linea che va da van Eyck a Vermeer, Rembrandt, Frans Hals, fino alla nascita della natura morta e della pittura di genere. Il resto è storia contemporanea, spesso storia di degenerazione contemporanea. Il collezionista colto e raffinato, dal gusto sicuro e indipendente è sempre più raro. Quello in grado di imporre una propria tendenza, e non di seguire pedissequamente i dettami della moda del momento, una mosca bianca. Vive in disparte dai riflettori, evita i vernissage griffati Moma o Tate. Sa che l’arte, oggi, va cercata altrove, in Australia o nella galleria sotto casa, dappertutto purché lontano dalle luci della ribalta. è uno che non si lascia stordire dalle fanfare mediatiche. Si informa, ma dopo pensa con la sua testa, che scuote esterrefatto alla notizia giunta fresca dall’ultima asta di Christie’s a New York, dove Him di Maurizio Cattelan è stato aggiudicato alla cifra record di 17,2 milioni di dollari. Così tanti soldi per un pupazzetto di cera e resina, materialmente realizzato da bravi artigiani?
Che trivialità e che bluff. Eppure, è proprio così che sta andando il mondo, a suon di trovate volgari, scambiate per genialità, e astute operazioni di marketing applicate a livello planetario. Prendiamo Him, (Lui), l’innominato. In realtà, raffigura un Hitler in taglia da bambino, inginocchiato, nell’atto della preghiera. A quale Dio si starà mai rivolgendo quell’inverosimile Führer in atteggiamento penitenziale: a Odin-Wotan? Un’opera che, comunque, ha già fatto il giro dei musei di mezzo mondo, irriverentemente collocata nel 2012 nell’ex ghetto di Varsavia. “Macché provocazione, la mia è un’opera spirituale”, la risposta dell’autore all’inevitabile, e ovviamente voluto, vespaio di polemiche che ne è seguito. E, ora, dulcis in fundo, a comprare il suo Hitler milionario è stato Marx. Erich, non Karl, certo, ma all’ironia della sorte non c’è limite. E, viene da chiedersi, che farà con quella sculturina il collezionista tedesco dal cognome impegnativo: la porrà a fianco di una edizione pergamenata del “Capitale”, scatterà sull’attenti, braccio destro teso in avanti, gridando Heil ogni volta che ci passerà davanti, o, sbollito l’entusiasmo per l’incauto acquisto, inizierà a pensare come liberarsi al più presto di quella sorta di subprime che si è portato a casa?
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Messaggio Da gianabo il Mer 15 Giu 2016, 08:59

Bella l'equiparazione con i subprime.
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Re: GLI EDITORIALI DELLE VARIE RIVISTE D'ARTE

Messaggio Da Notaio il Ven 19 Ago 2016, 21:49

E' il turno di Stefano Zecchi, Arte In, agosto-settembre 2016.

Una città bella è anche sicura.

In tutti i sondaggi emerge che tra le prime esigenze della gente c’è la sicurezza. Un’esigenza vera. Una città sicura è la città bella. Sembra un’affermazione provocatoria: cosa c’è di più inutile della bellezza, proprio da un punto di vista pratico, funzionale? Sicurezza dovrebbe significare controllo della regolarità della vita degli abitanti, aumento delle forze dell’ordine per la vigilanza, giustizia efficiente. In tutto questo, cosa c’entra la bellezza? Pensare alla bellezza di una città vuol dire immaginare che il perimetro in cui si racchiudono le nostre esistenze abbia una capacità di aggregazione e di trasmissione di valori positivi di relazione. Si consideri con uno sguardo molto rapido quale sia il significato della bellezza in una delle numerose città d’arte. Cosa sarebbe Venezia senza la bellezza che chiunque le riconosce? Niente; o, se si vuole, un’altra realtà qualsiasi, anonima. La bellezza di Venezia racconta il senso di una civiltà, perché – Aristotele lo dimostra – l’arte spiega molto più e meglio della storia. Dunque, per capire Venezia si deve capire il perché della sua bellezza. La bellezza è sempre stata una forza progettuale, utopica, visionaria, mai dissolutiva, reattiva, distruttiva. È costruzione nel segno della massima qualità da realizzare. Si consideri, ora, sempre in modo molto rapido, cosa rappresenti, proprio da un punto di vista della qualità, la periferia di una grande città. Nel nostro vocabolario quotidiano la parola “periferia” indica, ormai, senza tante sfumature, un luogo di degrado, dove non si vorrebbe mai andare a vivere. Perché? Perché la bellezza di un luogo è alla base del coinvolgimento dei cittadini a partecipare alle ritualità collettive fondamentali per la vita di una città. Dove c’è bellezza, c’è storia, e chi abita in quella storia si sente uno dei tanti protagonisti che, nel corso del tempo, è stato in quella città. Questo sentimento genera rispetto; se c’è quell’educazione estetica che aiuta a comprendere il valore dell’ambiente che ci circonda, si è maggiormente consapevoli di quanto amore si debba avere per gli spazi pubblici in cui si vive. Difenderli, proteggerli, esaltarli sempre più nella loro bellezza. Quando la bellezza di una città viene sacrificata a favore della funzionalità ed economicità dell’abitare, i risultati si otterranno a danno sia dei principi elementari su cui si basa l’aggregazione dei cittadini, sia del loro reciproco rispetto che dovrebbe essere imposto dalla qualità del luogo. Le periferie urbane, sempre più luoghi della violenza e della volgarità, hanno una storia; c’è un pensiero che le ha volute, che ha creduto fosse importante costruirle per concentrare in luoghi economici, esterni al centro della città, i lavoratori, gli operai: la fabbrica e la casa; il luogo del lavoro e il dormitorio. In questo contesto, gli architetti – grandi celebrità – hanno pensato che si potesse sviluppare la coscienza di classe, lontano dal contagio borghese che vive nel centro della città. Così è sorta la cosiddetta città di Gropius a Berlino, una realtà abitativa disgustosa; così è nata a Marsiglia l’Unitè d’Habitation di Le Corbusier, una realtà abitativa invivibile; così il Corviale a Roma di Mario Fiorentino, impossibile descrivere le sua indecenza; così lo Zen a Palermo di Vittorio Gregotti, al di là del male. E l’elenco è purtroppo chilometrico, in cui spiccano architetti devoti all’ideologia di sinistra, che mai si sono sognati di andare ad abitare nelle periferie da loro progettate, preferendo, ovviamente, abitare nel borghesissimo centro storico, bello. Il degrado delle periferie è irrecuperabile, perché lì è impossibile far vivere la bellezza. Le periferie andrebbero abbattute, non c’è altra possibilità per rispettare le persone. Si dovrebbe, invece, ripensare le zone limitrofe cittadine nel segno di una bellezza che s’irradia a partire dal centro storico urbano. Non ci sarà mai città sicura, se non si riesce ad armonizzare nella bellezza i suoi luoghi abitativi, i suoi temi civili, religiosi, educativi.
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LA PARABOLA DISCENDENTE DA DUCHAMP A KOONS

Messaggio Da Notaio il Mar 13 Set 2016, 00:41

E' il turno di Lorella Pagnucco Salvemini, arte in world, agosto 2016.

Un bell'editoriale sulla
LA PARABOLA DISCENDENTE DA DUCHAMP A KOONS

I francesi lo chiamavano succès de scandal. Il termine aveva un suo fascino torbido, rimandava a qualcosa di peccaminoso, lasciava immaginare chissà quali lussurie in quali alcove. A praticarle erano i personaggi del bel mondo, baroni impettiti e impomatati, duchesse pallide e lascive, alti prelati dalla scarsa vocazione. Per non parlare dello stuolo di artisti sempre pronti con la scusa di un ritratto ad approfittare della faiblesse di gran dame per allacciare rapporti carnali e acquisire notorietà. Tempi che furono. Ci penseranno le avanguardie storiche, l’esistenzialismo, il femminismo, il ‘68 e le relative rivoluzioni sessuali, dei costumi e mediatiche a far apparire le trasgressioni di nonni, bisnonni e trisavoli ingenue, poco allettanti, ridicole, perfino. Eppure, ricorrere alla provocazione per ottenere popolarità è un modo tuttora piuttosto utilizzato, specie nel settore dell’arte contemporanea. Come se ci fosse ancora molto di cui scandalizzarsi. Come se fossimo rimasti a Duchamp e fosse necessario épater le bourgeois. Come se esistesse oggi un borghese che si lasciasse scuotere da una sfida d’artista. Quasi bastassero raffigurazioni di amplessi di personaggi famosi, di un papa abbattuto da un meteorite, di squali e tigri in formaldeide a conferire all’istante a quelle opere dignità estetica. Il discorso si fa ingarbugliato e si presta a fraintendimenti. Dalla fine dell’’800 ai grandi movimenti del ‘900, si è imparato a considerare come parte preponderante del fare artistico l’impeto polemico, dissacrante. L’arte liquida il ruolo di edonistica convivenza con il bello per riservarsi la funzione di svegliare le coscienze, di stimolare riflessioni profonde. Anelito nobile e condivisibile. Purtroppo, a oltre un secolo di distanza, tocca assistere a un epigono alquanto triste: predominio della trovata sull’idea, della volgarità sullo stile. Impera, anche nelle arti visive, un linguaggio che rimanda alla caserma, osceno (fuori scena, etimologicamente), che non si capisce perché debba godere delle luci della ribalta. Oltraggio al pubblico pudore, vilipendio alla chiesa, allo stato sono reati previsti dal codice, non encomiabili comportamenti estetici. Invece, questi artisti assurgono rapidamente agli onori della cronaca (sempre a caccia di notizie che suscitino scalpore), di una certa critica modaiola e pecorona (che li appoggia nel timore di non sembrare sufficientemente moderna) e del mercato (che visto il can-can mediatico comincia a comprare, non si sa mai). Più che passionari sinceramente in lotta contro i mali del nostro tempo, questi soggetti ricordano il cinismo di certi pubblicitari, abili strateghi dell’affermazione di un prodotto. Tutto diventa lecito, purché si parli di loro. Protestano, ma non accettano le proteste di chi dissente. Scalpitano, urlano alla censura, fanno gli indemoniati. Intanto le quotazioni crescono, in alcuni casi raggiungono cifre astronomiche. Prendiamo Hirst, Koons, Cattelan & company, per esempio: bisogna ammettere, hanno del genio. Chapeau a chi è stato capace di convincere tanta gente a spendere tanti soldi. Ma, per piacere, non chiamiamo capolavori i loro manufatti. Fanno pensare, sì: a tutto fuorché all’arte.


Già cara Lorella, fanno pensare soprattutto alla promozione pubblicitaria incentrata sulla raccolta dei polli, quelli ricchi e annoiati.




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Re: GLI EDITORIALI DELLE VARIE RIVISTE D'ARTE

Messaggio Da Notaio il Gio 24 Nov 2016, 00:10

Arte mondadori novembre 2016, editoriale del direttore responsabile, Michele Bonuomo.

Un articolo incentrato sul perchè in Italia e all'estero le aste e le fiere, girino sempre sui soliti nomi, un'analisi sul sistema dell'arte e sulla sua inconsistenza soprattutto in Italia.

Ho fotografato l'articolo direttamente dalla rivista



E' patetico giocare con la fontana di Duchamp, già.
Sembra che non ci si stufi mai di vedere questi assemblaggi di materiali di vario genere che qualcuno continua a chiamare arte, altrimenti Palazzo Strozzi non si sarebbe riempito di gommoni sulla facciata.
Di certo la percentuale del proprio bilancio che lo stato Italiano destina al mondo dell'arte continua a scendere.

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Messaggio Da Notaio il Mar 07 Feb 2017, 00:23

E' il turno di Lorella Pagnucco Salvemini, arte in world, febbraio 2017.

Un bellissimo articolo contro un tale che anni fa diceva di essere andato in pensione.
Mi rifiuto però di pubblicare il cesso, mi dispiace.

Cara Lorella la pensiamo allo stesso modo.


Signore e signori, il Trash è servito

Finora, avevo cercato di mantenere un serafico, altezzoso silenzio sul water d’oro di Maurizio Cattelan. Ma quella tazza di 18 carati, probabilmente, merita qualche riflessione. Intanto, non è un lavoro destinato ad arredare una residenza Kitsch di qualche sceicco, a far pendant con la rubinetteria realizzata nello stesso materiale. Qui, avrebbe comunque avuto una sua logica: una grossolana esibizione di ricchezza da parte di chi è privo di educazione estetica.

Il wc di Cattelan, diversamente, si trova in uno dei più accreditati templi dell’arte contemporanea mondiale: il Guggenheim Museum di New York. E non è messo lì come un’opera d’arte qualsiasi, per essere guardata e non toccata. Come, per restare in tema escrementizio, un qualsiasi Orinatoio di Marcel Duchamp, o una qualsiasi Merda d’artista di Piero Manzoni. Troneggia, in tutto il suo luccicore abbagliante, nel gabinetto unisex al quarto piano del candido edificio partorito dalla mente di Frank Lloyd Wright. Abbinamento, già di per sé, in grado di provocare in persone minimamente assennate un moto sussultorio da ottavo grado della scala Richter. Chiunque, con la modica spesa di 25 dollari – il prezzo del biglietto di ingresso – si può accomodare e provare il brivido di espletare i propri bisogni fisiologici nel water closet d’artista. Ed eccoli, tutti in fila, i visitatori ad attendere pazientemente il proprio turno, per vivere quanto i comunicati stampa della prestigiosa istituzione consigliano come una “opportunità unica e intima di trovarsi faccia a faccia con un’opera d’arte”. Fruibile e non più solo contemplabile.

Ma fanno davvero? Lasciamo stare Cattelan, che il suo mestiere di provocatore e pubblicitario sa svolgere in maniera superlativa.

Un genio, nel suo campo. La gente e i critici e il direttore del museo, Richard Armstrong: tutti convinti, chi di proporre, chi di approcciarsi a una sublime esperienza estetica? Spirituale, anzi, secondo una dichiarazione dello stesso autore. Neanche un dubbio o, in subordine, un tentennamento? Nemmeno un barlume di buon senso o, in sua mancanza, un briciolo di buon gusto? Nessuno che si senta beffato, deriso, manipolato?

America è il titolo dato dallo stesso Cattelan al cesso d’oro, implicitamente suggerendo fin troppo facili associazioni fra l’opera e la nazione. Volgari e ingiuriose, ovviamente, com’è nel suo stile.

Dunque, da Paper toilette (la rivista da lui fondata) al golden wc: i cultori del trash sono serviti.

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Messaggio Da Notaio il Gio 16 Mar 2017, 01:05

E' il turno di Stefano Zecchi, Arte in febbraio 2017


Anno nuovo, arte vecchia

"Ci saranno novità in questo nuovo anno?” mi domanda un signore che sta facendo con me la fila per spedire una raccomandata.

”Certo” gli rispondo. “Con Trump presidente degli Stati Uniti, cambia tutta la politica internazionale e, di conseguenza, quella europea. La forte alleanza di Trump con Putin ridisegnerà gli equilibri mediorientali”.

”Interessante: però non le avevo fatto quella domanda pensando di parlare con un esperto di politica, ma con un conoscitore dell’arte. La leggo sempre sulla rivista ArteinWorld “.

”Cambierà perfino il nostro modo di gestire l’immigrazione …” continuo a dirgli. ”Proprio non vuole rispondermi”.

”Troppo semplice. Capisce che immaginarsi nuovi scenari politici è più rischioso…”. ”Rispetto agli scenari artistici?” mi chiede.

”Certo, in questo mondo, in quello dell’arte, non cambierà niente”.

Continua.....

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Messaggio Da Notaio il Sab 13 Mag 2017, 00:02

Riprendo con l'editoriale a cura di LORELLA PAGNUCCO SALVEMINI. Arte in World, Aprile 2017.

Da stracondividere al 101%. La notizia era già stata data in altro post del forum
(http://labellezzanellarte.forumattivo.it/t687-40-kg-di-sterco-davanti-a-palazzo-grassi-a-venezia-gli-animalisti-presentano-il-benvenuto-a-damien-hirst?highlight=hirst),
ma questo editoriale è veramente spettacolare.

Venezia • Protesta animalista: 40 kg di sterco per Damien Hirst

Arrivano in piena notte, nel buio e nel freddo di marzo, in una Venezia che ancora non presente la primavera. Un gruppetto di giovani dal sangue caldo per il loro ideale sbarca quatto quatto a San Samuele. Palazzo Grassi troneggia, solitario, nella sua magnificenza.
A fatica, si avvicinano all’edificio, trasportano pacchi voluminosi. Li aprono e sparpagliano davanti alla fabbrica settecentesca, partorita dalla mente di Giorgio Massari, 40 chili di sterco. La scritta sullo striscione depositata davanti al portone spiega la stravaganza dell’eroica e maleodorante impresa: “Damien Hirst go home! Beccati questa opera d’arte”. (Manzoni docet). Prima di dileguarsi, non mancano di apporre la firma, in cerca come tutti del quarto d’ora di notorietà.

Così, apprendiamo che i goliardi sono affiliati a “Centopercentoanimalisti”, una di quelle associazioni che ha più a cuore le sorti delle bestie che non degli esseri umani, che accoglie esclusivamente attivisti di rigida alimentazione vegana e tollera obtorto collo perfino i vegetariani. Non temono nulla, né la legge, né le ritorsioni di chi subisce le loro angherie. Paolo Mocavero, uno dei fondatori, dichiara spavaldo: “Per salvare la vita degli Animali (la maiuscola rivelatrice è sua), bisogna prima rovinare quella degli aguzzini”.

Allevatori, cacciatori, carnivori, circensi e donne in pelliccia siete avvisati.

Non sappiamo come Damien Hirst abbia preso l’ennesima notizia dell’attacco, questa volta escrementizio, degli animalisti: se con stizza, noia, o meraviglia; se ricorrendo al proverbiale sense of humor britannico ci abbia riso su, o se, invece, non abbia finito per riconoscere nei provocatori la sua stessa forma mentis. Fra simili, ci si dovrebbe intendere. In fondo, la sua popolarità è proporzionale alle forti reazioni di disgusto e disapprovazione suscitate dai lavori. La pecora e lo squalo tigre in formaleide, le 9.000 ali di farfalle: l’elenco sarebbe lungo e da museo degli orrori, o da laboratorio di scienziato pazzo. Un’arte folle per folli, ma guai a dirlo. Mister Saatchi (primo mentore dell’artista) e Monsieur Pinault (patron di Palazzo Grassi, dove il 9 aprile si è inaugurata la già controversa mostra) se ne potrebbero avere a male. Considerate le quotazioni da capogiro di Hirst e le opere in loro possesso, più per ragioni pecuniarie che non estetiche, osiamo pensare.

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Messaggio Da Notaio il Gio 15 Giu 2017, 00:18

Carlo Vanoni, Arte in.

IL BAROCCO E LA FORMAZIONE DELL’ARTISTA DI ANVERSA.

IN ITALIA A 23 ANNI, PER IMPARARE DAI MAESTRI: E DIVENTÒ UN FUORICLASSE.

IL MOTORE DELL’ ARTE SI CHIAMA LINGUAGGIO E IL GRANDE FIAMMINGO LO ELABORÒ AL MASSIMO



Quando penso a Rubens mi viene in mente un bolide sportivo. Provo a spiegarmi. Il motore dell’arte si chiama linguaggio e il linguaggio si esprime attraverso una tecnica che, nel caso di Rubens, era la pittura. Nel 1600, se volevi gareggiare ad al livelli, un giretto in Italia te lo dovevi fare. E Rubens lo fece. Aveva 23 anni quando il 9 maggio 1600 lasciò Anversa per Mantova, ingaggiato come ritrattista da Vincenzo I Gonzaga. Raggiunse poi il circuito di Milano giusto per dare un’occhiata al Cenacolo vinciano e quindi quello di Venezia per vedere dal vero Tintore o e Tiziano, Pordenone e Veronese. Mancava Roma, ma ci arrivò subito dopo, per studiare Michelangelo e Raffaello e dipingere la pala dell’altare maggiore della Chiesa Nuova, con tanto di contratto firmato il 25 settembre 1506. Quattro mesi prima, a pochi passi da lì, un ragazzo di nome Ranuccio Tommasoni era stato ferito a morte da un pittore lombardo giunto a Roma qualche anno prima: Caravaggio. Roma e Venezia, all’epoca, erano una specie di autodromo con bolidi italiani che vincevano tu i gran premi. Rubens li studiò attentamente quei motori – e cioè i linguaggi – poi se ne tornò ad Anversa, dove il circuito del gran premio era pronto per la sua prova speciale. Qui entrò in pista gareggiando per le case più importanti , quella di Filippo IV re di Spagna e quella di Maria de’ Medici madre di Luigi XIII re di Francia, ma anche per i Doria di Genova e Carlo I d’Inghilterra.
Creò un team di decine d’assistenti, perché le richieste erano troppe e lui, generoso e disponibile con tutti , non voleva deludere nessuno dei committenti.

Si sposò due volte e fece cinque figli, di cui una, Clara Serena, apre la mostra nel ritratto di quando aveva 6 anni. A seguire la Maddalena in estasi che ispirò la Ludovica Albertoni di Bernini, l’Adorazione dei pastori ripresa da Pietro da Cortona, il ritratto di Giovan Carlo Doria a Cavallo, Susanna e i vecchioni prestata dall’Hermitage di San Pietroburgo, la prima versione della Vallicella per la Chiesa Nuova di Roma e il Cristo risorto ispirato al torso del belvedere. Quaranta opere di Rubens e trentacinque di altri artisti che lo hanno ispirato e che lui stesso ha ispirato durante il soggiorno italiano dal 1600 al 1608.

Chi è Rubens? Rubens è un Tiziano con il turbo, Tintoretto con più grazia ed eleganza, Veronese che sorpassa in curva, Correggio che supera il limite di velocità senza perdere il controllo, Michelangelo e Raffaello però con più cavalli.

Rubens è un bolide col pennello.

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Messaggio Da Notaio il Mar 04 Lug 2017, 00:14

LORELLA PAGNUCCO SALVEMINI. Arte in World, luglio 2017.

L’Arte smorta / Deludente e noiosa la Biennale di Macel

Diciamo subito che la caratteristica principale della 57° Biennale internazionale d’arte di Venezia sta nell’indifferenza che suscita. Un’edizione né bella, né brutta, senza lode e senza infamia. Non è di destra, tantomeno di sinistra. Troppo politicamente corretta per accendere un’emozione, o stimolare un pensiero che vada oltre l’ovvio. Ci aspettavamo molto da Christine Macel, curatrice rampante, approdata in laguna direttamente da uno dei musei più à la page, quale il Centre Pompidou di Parigi: magari un pizzico della grandeur francese, qualche briciola di rigore cartesiano, una manciata di bagliori illuministi, qui e là l’apparizione di un guizzo rivoluzionario.

Nulla di tutto ciò. La sua megamostra risulta semplicemente, inesorabilmente, insopportabilmente noiosa. Girovaghiamo, soffocando sbadigli, per i Giardini, l’Arsenale e le Corderie, in cerca di qualche trasalimento, di qualche autore capace di stupire, coinvolgere, al limite inorridire, o perfino scandalizzare. Niente, a parte alcune eccezioni – ci mancherebbe che non ce ne fossero con 120 artisti in rassegna (la scenografica crudeltà di Roberto Cuoghi, per esempio). La manifestazione, come una signorinella dal volto scialbo e dal vestire sciatto, si fa dimenticare in fretta. Del resto, prevalgono – fra polvere, buchi neri, li di lana, cianfrusaglie varie – un odore di muffa e di aria stantia. Siamo – anzi, ci risiamo – all’estetica da rigattiere. Così, come da ogni bravo robivecchi che si rispetti, c’è posto un po’ per tutto: installazioni, lavori concettuali, figurativi, qualche video (capitato lì chissà come), qualche opera che vorrebbe provocare e, invece, non riesce a provocare nessuno (La grotta di Lourdes in versione luci rosse di Pauline Curnier Jardin).

Inoltre, è una biennale che a tratti risente della firma femminile, certo non femminista, della direttrice. Incontriamo artiste che, come vecchie zie, si mettono a confezionare libri di stoffa e a lavorare la carta all’uncinetto (le filippine Nunez e Rodriguez); o chi, come una nonna dall’antica sapienza contadina, propone l’Enciclopedia del pane (Maria Lai). Attività encomiabili, che tuttavia poco c’entrano con la biennale, tenuta per statuto a esporre le novità artistiche prodotte nel mondo nel corso degli ultimi due anni. E, dunque, che c’è di nuovo sotto il sole a nordest? – più precisamente, sotto la tediosa pioggerellina dei giorni del vernissage. Si racconta il nostro tempo con le tragedie delle guerre, delle migrazioni, dell’accoglienza, ma la narrazione non supera il livello della cronaca. Per questo, già bastano media e social.

Si ricorre a usurati passepartout, con i soliti proclami contro dollari, petrolio e colonialismo, si sprecano citazioni di Foucalt, Borges e Pasolini, verosimilmente facendoli rivoltare nelle proprie tombe.

“Viva Arte Viva” recita il titolo della manifestazione. Abbasso l’arte smorta è quanto viene dal cuore a visita conclusa.

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